Qualche mese fa eravamo su un binario metro di Milano, linea gialla mi pare, e ridevamo del fatto che io avevo appena detto la cazzata che ho soltano una certa capacità di amicizie e oltre a quella non sono in grado di mantenermele e se subentra qualcuno di nuovo qualcun altro deve uscire.
Non sapevamo che a breve saresti uscita tu.
Ora a pensarci mi pare strano e non corretto applicare questo ragionamento anche a te.
Da un lato perché percepisco la nostra assenza reciproca più come una sospensione che come una fine. Anche se non so in che modo potrebbe mai riprendere.
Dall’altro perché non è subentrato nessuno al posto tuo.
Mi chiedo cosa stai facendo. Adesso, per esempio. O cosa fai la sera. O cos’hai fatto lo scorso weekend e se sei tornata a casa dalle nostre parti e abbiamo rischiato di incrociarci in centro.
Mi chiedo se mi pensi incazzata o triste, come faccio io. O se mi pensi e basta.
E’ in parte l’aspettativa di cui ci avevo caricati che mi impedisce di riallacciare i rapporti con te. Perché se lo facciamo sarebbe fasullo, sarebbe come una moglie che perdona il marito di un tradimento e poi prova a tornarci insieme ma va a finire che non funziona.
Tutte quelle cose che, cose che.
Ho fatto ciò che dovevo fare. Mi sono messo in pari e oggi, appena sveglio, ho persino lavato tutti i piatti sporchi, messo a posto quelli puliti dalla lavastoviglie, tolto il bucato asciutto dal balcone e mi sono lavato e sistemano pur per una domenica da passare in casa.
Tu nel mentre dormivi, sonnecchiavi, poi ti sei svegliato, sistemato e hai armeggiato un po' su facebook. Poi mi sono incazzato perché non mi ascoltavi o non mi aiutavi o non raccoglievi le tue cose e non ti preparavi per andare via.
Ho cucinato, abbiamo pranzato e hai detto che la pasta era troppo poco cotta.
Abbiamo finito di guardare Innamorarsi durante il dessert, e io mi sono quasi messo a piangere alla fine quando loro si ritrovano sul treno, anche se il film l'ho visto diecimila volte.
Ah, se fosse così facile.
Ora è tardo pomeriggio e non ci sei già più, dopo che mi sono rincazzato perché hai voluto che ti accompagnassi in macchina alla stazione nonostante la stazione sta a dieci minuti a piedi da casa mia e se hai fatto una valigia troppo pesante non era colpa mia e non ce ne era bisogno e per questo ho dovuto attraversare il traffico domenicale.
La verità è che mi manchi già e so che i prossimi giorni e i prossimi risvegli da solo non saranno bellissimi senza di te che respiri dal naso nell'altra metà del letto e io ti do un ultimo abbraccio prima di lanciarmi nel freddo delle mattine lavorative e tu mi rispondi solo con dei bacini distratti.
A pensarci mi dai sui nervi almeno quanto ti amo.
Ma d'altronde penso che l'amore sia questo.
D'altronde.
L'amore si odia.
Parcheggio la macchina e non so dove devo andare precisamente.
Faccio il giro della piazza poi trovo un’insegna e poi trovo il posto, mentre l’idea del “ma che ci sono venuto a fare” comincia ad insinuarsi.
Ci sono un paio di ragazzi fuori che chiacchierano e fumano. Sembrano aver già familiarità col posto, esser già navigati.
Non so cosa fare, poi decido: mani fuori dalle tasche ed entro.
Circa due ore dopo sono abbracciato ad uno sconosciuto, e poi ad un altro e poi ad un altro ancora, fino ad abbracciarli tutti e ventitré consecutivamente. Non sappiamo veramente niente gli uni degli altri, ma eccoci a scambiarci energie, a dare e ricevere abbracci e a lavorare su noi stessi.
Tutto ciò non avrebbe senso fuori di qui.
Mi piace aver switchato sulla messa in gioco, mi piace alzare la mano per buttarmici, mi piace sentirmi parte di qualcosa, mi piace che stia funzionando e che ci prenda gusto.
Cavolo se è divertente.
La fine sta arrivando quando ti fermi a pensare che forse stai sbagliando tu.Ho sonno e ho quella sensazione detestabile da fine del mondo propria del lunedì mattina. Però la calma di questo bus di linea mi rassicura.
Sto pensando ai fatti miei credo quando ci fermiamo ad uno stop per sbucare sulla via principale.
Guardo dal finestrino accanto a me e c'è un parcogiochi alberato e deserto e diosanto: su una buona metà le piante dal verde sono passate ad un marrocino chiaro e le foglie si sono assottigliate e i rami rinsecchiti e una parte della siepe non esiste più. Mi volto a guardare in direzione di dove anche queste piante sfregiate stanno guardando e vedo lo scenario apocalittico di cui tanto ho sentito parlare. Grù e nero e transenne e contaier e qualche agente.
Anche il resto dei passeggeri sì è girato a guardare e mentre deglutisco e penso a quanto sia fatale a volte la sola esistenza senza colpa, una signora si fa il segno della croce.